Connessi ma soli: il bisogno di tornare a fare comunità
Qualche sera fa ho partecipato a un “Death Café”, un incontro informale in cui ci si ritrova a parlare di morte, lutto e dolore. Ci sono andata per curiosità e per necessità. La morte è un tabù, almeno per gli altri. Non per me. Ma di questo parleremo un’altra volta.
La cosa interessante è stata ascoltare come gli altri affrontano il tema. A colpirmi non è stata tanto la paura di morire, quanto la paura di essere tagliati fuori dal mondo. Al punto da pensare alla morte come a una soluzione per non sentirsi più inadeguati, non più al passo con i tempi.
È un pensiero forte. Un pugno nello stomaco.
Anche perché, prima o poi, a quel pensiero ci arriveremo tutti. Tutto scorre troppo velocemente, tutto cambia in un attimo. La tecnologia ci ha resi connessi, ma irrimediabilmente più soli.
Il progresso non si può fermare, così come siamo impotenti di fronte a tanti altri cambiamenti che ci vengono imposti. Ma una soluzione ce l’abbiamo ancora: tornare a fare comunità. Una comunità vera, in cui ci si sostiene a vicenda, anche senza legami di parentela.
Questa convinzione si fa ancora più salda quando penso ai nostri anziani, sempre più spesso truffati e, soprattutto, umiliati. In una comunità unita, se figli o nipoti non possono esserci, ci sono i vicini.
In un Paese come il nostro, dove gli anziani sono sempre di più, prendersi cura di loro è una responsabilità collettiva. Lo dico da cinquantenne. Così facendo custodiamo memoria e affetti, e diamo il buon esempio ai più giovani, che oggi più che mai hanno bisogno di una bussola.
Non servono atti eroici. Basta esserci.
Un tempo i punti di riferimento della comunità erano il parroco, il medico e la levatrice. Oggi le levatrici di paese non esistono più, i preti sono sempre meno e non riescono a essere presenti come una volta. E i medici di base… be’, lasciamo perdere.
Dobbiamo tornare a fare comunità, autogestita, e coinvolgere i nuovi residenti. I paesi non devono diventare dormitori. Le persone non devono cercare altrove motivazione e accoglienza.
Me ne frego di chi pensa che non valga la pena investire sul coinvolgimento delle persone. Non dobbiamo rassegnarci. Dobbiamo fare tutto il possibile per ricreare quel tessuto sociale e quell’identità che abbiamo perso.
Ricreare, non tornare ai vecchi tempi: quello non fa bene a nessuno. Se non possiamo opporci al nuovo che avanza, andiamogli incontro e modelliamolo a misura di comunità.
Comunità. Perché nei momenti di crisi, da soli, non si va da nessuna parte.